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IL FIGLICIDIO

Quasi ogni giorno ormai sentiamo al telegiornale o leggiamo sui quotidiani di madri e padri che uccidono i propri figli. Parliamo di figlicidio. Ma cosa conduce un genitore ad uccidere il proprio bambino?

I problemi economici e sociali o una depressione sono le più frequenti cause di figlicidio. Capita, infatti, molto spesso, che appena sorgono difficoltà considerate insormontabili scatta l’aggressività, soprattutto verso i componenti più deboli della famiglia.

Ma perché le madri in particolar modo uccidono i figli?Di solito la madre che uccide i propri figli è quella donna che si trova in condizione di abbandono o separazione, con condizioni di lavoro sfavorevoli. In queste circostanze è inevitabile che sopraggiunga una depressione in cui cominciano a emergere pensieri come “io non ce la farò a crescerli”, “io sono sola”, e tutto ciò, se supportato da una malattia mentale pregressa, può scatenarsi in un reato. Sicuramente, c’è un profondo cammino di dolore, una visione cupa e angosciosa del proprio passato, presente e futuro.

Ci sono varie tipologie di figlicidio che possono essere prese in considerazione. C’è quello altruistico che parte dalla convinzione della rovina imminente e inevitabile per tutta la famiglia: l’intenzione è quella di salvare il figlio dalle sofferenze che avrebbe se invece continuasse a vivere. Ci sono però anche quei casi dove non c’è una motivazione razionale e in questo caso il reato è legato a una psicosi acuta. Infine ci sono i delitti motivati da vendetta nei confronti del compagno o della compagna, per cui il bambino viene ucciso come rivalsa a un torto subito.

Il figlicidio, quindi, può avvenire in relazione a processi emotivi e di pensiero che non sono influenzati obbligatoriamente dalla presenza di patologie o alterazioni mentali.

Molto spesso, però, capita che il figlicidio sia la conseguenza di una depressione post-partum. Dopo il parto, infatti, la madre deve affrontare un adattamento fisico e psicologico alla nuova situazione.

Un disagio frequente, probabilmente dovuto a cambiamenti ormonali e che in genere si risolve entro poche settimane, è il maternity blues, una forma depressiva lieve caratterizzata da tristezza, ansia, irritabilità. Questa condizione, però, nel 10-15% delle donne evolve in una depressione post-partum, durante la quale la donna presenta pensieri negativi su se stessa, sulla propria capacità genitoriale. È caratterizzata da un persistente umore depresso, sentimenti di impotenza, ansia, confusione e fallimento. Nei confronti del bambino, la donna depressa può apparire distaccata, o eccessivamente intrusiva, oppure eccessivamente preoccupata per il neonato.

A questo proposito è stato ideato il progetto Rebecca Blues, con la creazione di un software e di una piattaforma di tipo “sociale”, con l’intento di rafforzare il legame tra medico e paziente e consentire un’auto-diagnosi che permetta di riconoscere il fenomeno e circoscriverlo.

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